Se gli animali da pascolo vengono rinchiusi nelle stalle invece che pascolare, la colpa è dei vegani. Se i consumatori di carne chiedessero di mangiare solo carni di animali allevati al pascolo, rifiutando le altre, gli animali non verrebbero mantenuti negli allevamenti intensivi e brucerebbero, invece, l’erba. Tuttavia, a causa dell’opposizione dei vegani, ciò non può avvenire.

Sono stato più volte accusato dai vegani di essere troppo critico nei loro confronti. Ho spiegato ripetutamente che, in qualità di medico, devo esporre ciò che il mio lavoro mi ha insegnato in merito ai gravi rischi che questa filosofia-religione comporta, soprattutto per le persone giovani, giovani ed anziane. Ho sempre sostenuto che, per evitare di mangiare carne, i vegani si mettono in una posizione inversa nella catena alimentare e, di conseguenza, si autovalutano in modo ‘minore’ rispetto agli animali. Durante un dibattito, ho ricevuto persino una conferma inconsapevole di quanto fosse giusto il mio punto di vista: una donna, vegana in quel caso, ha affermato perentoriamente di non voler essere cannibale!

Per definizione, il cannibalismo o antropofagia è il consumo di carne umana, mentre riferito agli animali è il consumo di individui della stessa specie (predazione interspecifica). Se un essere umano ritiene di praticare il cannibalismo mangiando carne di animali, significa che si considera un animale (come in realtà siamo, ma animali superiori), dato che il contrario è impossibile. In effetti, i vegani fanno esattamente questo, si abbassano al livello degli animali, portandosi su un piano che non gli appartiene per origine. Ciò non ha nulla a che fare con l’etica, la morale o il rispetto per gli animali. Ribadisco che sto parlando esclusivamente dal punto di vista medico. Ho la massima stima di chi sacrifica la propria vita per tentare di risparmiarla a una vacca, un coniglio, un maiale o un agnello. Tuttavia, non posso accettare di sentire che tutti quelli che non lo fanno sono ‘cannibali’ o assassini e, soprattutto, che la dieta vegana sia la migliore scelta possibile. In realtà, se c’è qualche assassino, è proprio la madre vegana che, a causa della grave carenza nutrizionale indotta dal proprio latte, porta a morte il proprio figlio, sempre, a meno che non si intervenga d’urgenza tamponando questa o quella carenza mortale. Come medico, posso aiutare a far stare meglio un vegano, ma solo se, facendo un passo indietro, egli riesce a capire che il suo modo di mangiare lo fa piombare nel rischio di malattia. A dispetto di mille evidenze scientifiche, essi credono infatti di essere più sani degli altri individui e, addirittura, di rischiare in percentuale minore di ammalarsi di cancro, malattie cardiache, disturbi neurologici e altro. Quello che ho visto in oltre 20 anni di carriera, invece, è che i vegeto-vegani hanno un livello di energia molto basso, resistono poco allo sforzo fisico, si ammalano spesso, invecchiano precocemente, hanno ossa più fragili, problemi di fertilità, hanno gravi insufficienze ormonali (GH, testosterone, FT4), ansia, depressione ed attacchi di panico (1).

Secondo uno studio del 2014 effettuato su 1.320 austriaci, una dieta priva di carne riduce il benessere e produce una qualità di vita più scadente (2). Ancora più recentemente, uno studio effettuato dalla Cornell University ha scoperto che le diete vegetariane portano a cambiamenti nel DNA cellulare che può effettivamente indurre l’aumento del rischio di malattie cardiache e di cancro. Nello studio, la Cornell University ha collaborato con l’Università di Pune, in India. I Ricercatori hanno confrontato i vegeto-vegani di Pune con i mangiatori di carne in Kansas (famosi per essere dei carnivori eccezionali). All’interno del gruppo indiano, il 68% aveva una mutazione genetica che li rende più inclini all’infiammazione cronica, che è alla base non solo del cancro e delle malattie cardiache, ma anche di tutte le patologie croniche note. Solo il 18% degli statunitensi mangiatori di carne ha presentato invece la medesima e pericolosissima mutazione (3). Se utilizzassi la tecnica tanto cara a chi di solito si accanisce contro i mangiatori di carne, mi limiterei ad una scorsa superficiale della notizia, a mio vantaggio. Direi: i vegeto-vegani rischiano di morire di cancro più dei forti mangiatori di carne. Ma preferisco sempre approfondire le notizie per capire meglio, farmi un’idea più precisa e per dare ai miei lettori informazioni più eque.

Tutto ha a che fare con il giusto equilibrio di acidi grassi Omega-3 e Omega-6. Questi acidi grassi sono chiamati essenziali, perché il nostro corpo non arriva a sintetizzarne il primo precursore della famiglia. Vanno perciò assunti dal cibo. Fin dagli albori dell’Umanità, la migliore fonte di Omega-3 è stata il cibo di origine animale, come i pesci grassi e la carne di animali già nelle varie forme biologicamente utili, cioè di acidi grassi a lunga catena attivati. I vegeto-vegani, non consumando questi acidi grassi attivati, devono fare affidamento sui grassi vegetali, come l’acido alfa-linolenico (ALA) e l’acido linoleico (LA), che, essendo solamente i precursori a catena corta, devono poi essere convertiti in Omega-3 e Omega-6 attivati all’interno dell’organismo. Questa conversione, però, è generalmente inefficiente ed in molti soggetti lo è ancora di più, portando nel tempo a situazioni veramente critiche, per non dire mortali. Ecco perché nelle culture vegetariane, come quelle indiana, l’adattamento naturale ha permesso di sviluppare una mutazione genetica che ha reso più facile convertire l’ALA vegetale in EPA e DHA (gli Omega-3 attivi) e l’LA (vegetale) in Acido Dihomogammalinolenico e in Acido Arachidonico (gli Omega-6 attivi). Quella che qualche centinaio di anni fa poteva rappresentare una fantastica mutazione ‘salvavita’ per i vegeto-vegani indiani, ai giorni nostri può rappresentare, tuttavia, un meccanismo mortale.

In epoca pre-agricolturale, gli uomini generalmente consumavano acidi grassi polinsaturi Omega-6 e Omega-3 in uguale quantità (4). Ma, specialmente dalla rivoluzione industriale in poi, il nostro approvvigionamento alimentare è diventato ricchissimo di grassi Omega-6 e poverissimo di Omega-3. Gli oli vegetali, come l’olio di semi di girasole, di arachidi, di vinaccioli, di semi di cotone, di soia e l’olio di mais contengono quantità enormi di LA (Omega-6), così come i cereali tanto presenti nell’alimentazione contemporanea sono una grande fonte di Omega-6 infiammatori. La stessa insulina, che il nostro pancreas produce in quantità elevata dopo un pasto che contiene zuccheri, derivati del frumento, frutta, legumi, stimola in maniera efficientissima la produzione dell’Omega-6 attivato ovvero l’Acido Arachidonico. Ecco dunque che con il consumo esagerato di questi oli vegetali, oggi assumiamo o produciamo circa 10 volte più Omega-6 che Omega-3. I vegeto-vegani addirittura possono arrivare ad un quantitativo di Omega-6 tra le 20 e le 50 volte più elevato degli onnivori. Se questo non bastasse, i vegeto-vegani, con la mutazione del gene di cui siamo venuti a conoscenza (la rs6669896), sono ancora più efficienti e ‘chirurgici’ nella conversione finale dell’LA in Acido Arachidonico (AA). Il problema è che l’attività dell’AA è altamente infiammatoria (quando questo viene prodotto in eccesso) e i vegeto-vegani moderni non possono tamponare con gli Omega-3, essendo questi presenti nel pesce (soprattutto) se pescato e nella carne di manzo (in quantità minore e solo se allevata al pascolo), ovvero nei cibi animali che essi non consumano. Questo spiega il motivo per cui i vegeto-vegani sono più a rischio dei mangiatori di carne, quando si tratta di incorrere in patologie croniche infiammatorie come l’ictus o il cancro. E può essere questo il motivo per cui hanno comunque le arterie indurite (5,6).

Oltre ai problemi legati all’infiammazione e alla mutazione genetica, i vegeto-vegani hanno anche deficit ben noti come la carenza di aminoacidi essenziali (i mattoni delle proteine), ferro e zinco, vitamine B12, A e D, e CoQ10, indispensabile per la salute cellulare, soprattutto del muscolo, cuore compreso. Certamente può non fare piacere saperlo, ma noi esseri umani siamo stati mangiatori di carne e pesce fin dall’inizio della nostra storia. Immaginiamo un uomo del Paleolitico che, trovando un animale ferito, magari una lepre, decide di non mangiarselo… Mangiare prodotti di origine animale dà energia e forza, ‘Dura lex, sed lex!’. I nostri antenati primordiali hanno consumato, su base istintiva e per garantire la sopravvivenza alla nostra specie fino ad ora, carne e pesce per vitamine, minerali, enzimi, grassi e proteine. Questo regime alimentare li ha aiutati a costruire la forza, la resistenza, l’intelligenza di cui avevano bisogno per la caccia e per fuggire dagli animali selvatici. Non sto certo consigliando di consumare carne su base quotidiana, ma ‘solamente’ di non ripudiarla per partito preso, per moda, o pensando che sia la strategia migliore per vivere sani.

Ho sempre insistito, invece, sulla qualità della carne che si consuma. Manzi allevati in modo sano sono scelte nutrizionali importanti. Questi animali pascolano da sempre sul pianeta. La loro dieta è l’erba, le graminacee e le leguminose di prati e colline. La loro carne riflette la qualità della loro dieta. Oggi, invece, questi animali vengono sottoposti ad una dieta innaturale. Mangimi e granoturco vengono dati per farli ingrassare rapidamente. Per non parlare di ormoni e antibiotici, utilizzati su base quotidiana. La qualità di questa carne è terribile e nel corpo dei consumatori arriva la stessa spazzatura con cui vengono nutriti e trattati questi animali. Consiglio proprio per queste ragioni ai miei pazienti di evitare carne di manzo alimentato con cereali e di evitare la carne di animali allevati in allevamenti intensivi.

Uno studio pubblicato nel Journal of Animal Science ha scoperto che più erba ha mangiato il manzo, più nutriente è la sua carne (7). Fondamentale, dunque, è passare all’acquisto di polli e tacchini allevati in ambiente naturale e che non siano stati nutriti con mais bensì con vermi. Uova dagli stessi polli che non vengono trattati con ormoni e antibiotici. Manzo, agnello e altre carni provenienti da animali nutriti con erba. Latticini provenienti da animali nutriti con erba. Salmone selvaggio pescato in Alaska. Tonno e altri pesci pescati e non allevati.

Mi rimane, tuttavia, ancora da motivare le frasi iniziali di questo articolo ed il suo titolo. Ragionando dalla parte degli animali, siamo così certi che il vegetarianesimo e il suo modello evolutivo (o involutivo secondo me), il veganismo, siano benefici per gli animali? e per il pianeta? Abbiamo visto che gli animali devono pascolare, brucare l’erba, stare all’aria aperta perché possano compiere il loro ciclo vitale in modo naturale e benefico per il consumo umano. Sappiamo che i vegeto-vegani, abbandonando il consumo di carne, si dirigono a capofitto sui cereali con le conseguenze per se stessi (e per i loro figli) di tipo infiammatorio già descritte. Ma per gli animali questo cosa comporta? Prati e colline vengono convertite a campi agricoli, colture sterminate di mais, riso e frumento sottraggono spazi vitali per gli animali da pascolo che arrivano ad essere rinchiusi in spazi angusti. Il suolo, in aggiunta, è reso povero delle sostanze utili e intossicato da sostanze chimiche come il glifosato; altre piante ed erbe, naturali, sono ormai divenute introvabili.

Un’ultima considerazione: per produrre 1 kg di frumento servono 1300 litri di acqua mentre per 1 kg di riso ce ne vogliono 3400. La prossima volta che vedete la pasta e il riso sugli scaffali di un supermercato fate i conti di quanta acqua è servita per produrli. Siamo sicuri che dirigendo le persone al consumo di cereali non si arriverà ad esaurire le scorte idriche del pianeta?

Riferimenti

  1.  J. Michalak – X. Zhang – F. Jacobi, “Vegetarian Diet and Mental Disorders: Results from a Representative Community Survey” in International Journal of Behavioral Nutrition and Physical Activity, (2012), 9:67.
  2. N.T. Burkert et alii, “Nutrition and Health – The Association between Eating Behavior and Various Health Parameters: A Matched Sample Study” in PLoS ONE, 9 (2014), 2:e88278.
  3. S. D. Kumar et alii, “Positive Selection on a Regulatory Insertion–Deletion Polymorphism in FADS2 Influences Apparent Endogenous Synthesis of Arachidonic Acid” in Mol Biol Evol, (2016), doi: 10.1093/molbev/msw049.
  4. S.B. Eaton et alii, “Dietary Intake of Long-Chain Polyunsaturated Fatty Acids during the Paleolithic” in World Rev Nutr Diet, (1998), 83:12–23.
  5. TJ Key et alii, “Mortality in Vegetarians and Nonvegetarians: Detailed Findings from a Collaborative Analysis of 5 Prospective Studies” in Am J Clin Nutr, (1999), 70:516S-524S.
  6. Laboratory Investigations (1968), 18:498.
  7. P. French et alii, “Fatty Acid Composition, Including Conjugated Linoleic Acid, of Intramuscular Fat from Steers Offered Grazed Grass, Grass Silage, or Concentrate-Based Diets” in J Anim Sci (2000), 78:2849-2855. 
  8. Rosenfeld, D.L. e Burrow, A.L. (2017). VAttitudes toward beef and vegetarians in Argentina, Brazil, France, Israel, Italy, and the United States. Appetite, 105, 611-621

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Autore

  • Gino F. Caletti

    Gino Franco Caletti nasce a Gallarate (VA) nel 1961. Conseguita la laurea in Medicina e Chirurgia si allontana dal concetto di “cura” tradizionalmente inteso, basato sulla terapia farmacologica, divenendo col tempo riconosciuto Esperto di Medicina Naturale. Da ventinove anni ricerca e sperimenta con successo metodi di applicazione clinica della biochimica umana e diffonde il concetto innovativo di dieta anti-infiammatoria, che vede l’alimentazione come mezzo di prevenzione e di cura delle malattie. Conferenziere e scrittore, diffonde le sue conoscenze attraverso questo Blog e con video spaziando a 360° sul tema di salute, malattia e prevenzione.

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