Alcune ricerche rivelano i molteplici vantaggi dell'esposizione ai raggi UV oltre alla sintesi di vitamina D

Ti sei mai chiesto come sfruttare gli effetti benefici dei raggi UVB e massimizzare la produzione di vitamina D senza aumentare il rischio di danni da UV? Oltre alla sintesi di vitamina D, l’esposizione al sole fornisce innumerevoli altri benefici per la salute che non sono legati alla produzione di vitamina D, come riportato in uno studio pubblicato su Dermato-Endocrinology. In effetti, l’esposizione alla luce solare o alla terapia della luce artificiale (fototerapia) può essere efficace nel trattamento di diverse condizioni della pelle, come psoriasi, vitiligine, dermatite atopica e sclerodermia.[1]

Notevolmente, i raggi UV possono sopprimere i sintomi della sclerosi multipla attraverso un meccanismo indipendente dalla sintesi di vitamina D[2]. L‘ossido nitrico indotto dai raggi UV funge anche da neurotrasmettitore e agente antimicrobico (come tutti i radicali liberi)[3]. Inoltre, i raggi UV regolano il tono muscolare arterioso, riducono la pressione sanguigna e offrono protezione cardiovascolare[4]. Infine, l’esposizione ai raggi UV migliora l’umore rilasciando endorfine[5].

L’esposizione al sole, contrariamente a quanto si possa pensare, ha dimostrato di ridurre il rischio di obesità e malattie cardiovascolari[6], mentre evitare l’esposizione solare può aumentare il rischio di malattie mortali. Inoltre, il melanoma, il tumore della pelle più pericoloso, è paradossalmente più comune tra i lavoratori d’ufficio rispetto ai lavoratori all’aperto con elevata esposizione ai raggi UV[7]. Uno studio intitolato “Risk of melanoma in relation to smoking, alcohol intake, and other factors in a large occupational cohort” pubblicato su Cancer Causes & Control nel 2003, ha analizzato i dati di una vasta coorte di lavoratori per valutare il rischio di melanoma in relazione a diversi fattori, tra cui l’occupazione e l’esposizione solare. I risultati hanno mostrato che il rischio di melanoma era significativamente più basso tra i lavoratori all’aperto rispetto ai lavoratori d’ufficio.

L’esposizione al sole continua ma progressiva e senza produrre scottature (in linea con la storia ancestrale dell’uomo) riduce o ritarda lo sviluppo del melanoma, anche se ciò non è ancora ampiamente noto. In effetti, diverse giornate di esposizione al sole durante le vacanze non sono associate ad un aumento del rischio di melanoma e sembrano addirittura proteggere contro di esso. Inoltre, le attività all’aperto in pieno sole, senza sviluppare eritema (la vera causa dei danni da radiazioni UV[8],[9],[10]), sono associate a un rischio inferiore di sviluppare il melanoma nei giovani[11].

Pertanto, con le dovute precauzioni ed evitando le scottature solari, sembra che l’esposizione ai raggi UV non solo sia innocua, ma addirittura vantaggiosa (il che è logico poiché gli esseri umani sono nati all’equatore terrestre e non si sono mai preoccupati del sole fino a quando non sono apparsi i dermatologi).

Considerando i dati noti alla ricerca, in particolare quelli forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, emerge che nell’Africa subsahariana il melanoma cutaneo rappresenta meno dell’1% di tutte le neoplasie cutanee, mentre in alcune regioni come il Nord Africa e il Medio Oriente, dove la pigmentazione della pelle è intermedia, l’incidenza del melanoma è più elevata ma comunque inferiore rispetto ai paesi a clima temperato.[12] In Norvegia, secondo le statistiche del 2018, il tasso di incidenza del melanoma cutaneo è stato di 16,4 casi ogni 100.000 abitanti, con un totale di 3.405 nuovi casi registrati[13].

Nonostante il sole sia sicuramente meno “aggressivo” rispetto all’Africa equatoriale, la Norvegia ha dunque uno dei tassi di incidenza di melanoma tra i più alti al mondo. Questo paradosso può essere spiegato se si considerano fattori come l’infiammazione della pelle o del corpo in generale e l’utilizzo di creme solari tossiche, che possono influire sulla produzione del melanoma indipendentemente dall’esposizione al sole.

L’uomo delle origini che viveva vicino all’equatore aveva una carnagione scura, che lo proteggeva dai danni del sole. La melanina è il pigmento naturale che dà colore alla pelle, ai capelli e agli occhi, e serve come protezione naturale contro i raggi UV del sole. Le popolazioni che vivono vicino all’equatore, dove l’intensità della radiazione solare è molto elevata, hanno naturalmente una carnagione più scura, che offre una maggiore protezione contro i danni del sole rispetto alle popolazioni che vivono in regioni meno soleggiate. [14],[15]

Nonostante la scienza continui dunque a sottolineare, quasi a giustificare la propria incapacità di fornire una spiegazione completa, che gli antichi esseri umani che vivevano all’equatore probabilmente trascorrevano gran parte della loro giornata all’ombra di alberi e altri ripari naturali, evitando così l’esposizione diretta al sole durante le ore più calde[16], è innegabile che questi individui passassero comunque gran parte del loro tempo all’aperto, spesso, molto spesso, sotto il sole. Tuttavia, come accennato in precedenza, la carnagione scura degli antichi esseri umani che vivevano vicino all’equatore forniva una protezione naturale contro i danni del sole. Ecco quindi che la parola chiave che fa la differenza è proprio “abbronzatura“.

Quindi, se il fattore determinante per la protezione della pelle è il colore della stessa, come ad esempio nel caso degli Africani che hanno una maggiore produzione di melanina rispetto ai Norvegesi, i quali vivono in un ambiente con esposizione solare inferiore e usano filtri solari, perché si continua a considerare l’esposizione solare come pericolosa? Non sarebbe più sensato concentrarsi sulla produzione di melanina, che è il meccanismo di protezione naturale dell’organismo? Invece di focalizzarsi sull’evitare completamente l’esposizione solare, sarebbe più utile trovare modi per aumentare la produzione di melanina e favorire così la protezione della pelle.

Se gli africani possono resistere meglio alle condizioni estreme e mantenere la salute senza l’uso di creme, ciò può essere attribuito alla loro conoscenza di tecniche protettive più efficaci rispetto al resto del mondo, oppure alla loro abbronzatura naturale. Tuttavia, poiché in ambito scientifico non viene considerata l’abbronzatura come il principale vantaggio degli africani e poiché universalmente si consiglia di considerare il sole come il principale pericolo per la salute e di utilizzare creme solari piene di sostanze chimiche, sarebbe opportuno chiedere agli africani, invece che ai dermatologi, come proteggersi dal melanoma. Questo diventa ancora più importante considerando che il sole nei paesi africani può essere molto più aggressivo rispetto a quello dei paesi occidentali.

Considerando queste riflessioni, possiamo valutare quanto sarebbe vantaggioso e soprattutto salutare preparare la pelle in modo da poter affrontare l’esposizione solare in maniera adeguata e rapida, producendo la cosiddetta “abbronzatura” come barriera protettiva. Immaginiamo se fosse possibile prolungare e intensificare l’abbronzatura fino a livelli mai visti prima e prevenire le scottature, offrendo un aspetto piacevole anche alle persone che solitamente temono di esporsi al sole.

Circa cinquanta anni fa, il Dr. John Myers, un pioniere nell’utilizzo di minerali e integratori[17],[18], ci ha fornito una preziosa conoscenza sulla via metabolica della sintesi della melanina, il pigmento che la pelle produce principalmente per proteggersi dai dannosi raggi UV. Il Dr. John Myers è stato un medico omeopatico e naturopata americano, nonché uno dei fondatori dell’International College of Integrative Medicine. Ha insegnato alla Johns Hopkins University School of Medicine come professore di medicina clinica e ha anche fondato la Myers’ Cocktail[19], una formulazione di vitamine e minerali somministrata per via endovenosa come supporto nutrizionale e per il trattamento di diverse patologie[20],[21].

Il Dr. John Myers non è stato il primo a scoprire la via di sintesi della melanina ma fu un pioniere nell’uso di minerali e integratori per favorire la sintesi di melanina e proteggere la pelle dai raggi UV. Il suo grande contributo è stato quello di promuovere l’uso di minerali e integratori per migliorare la salute generale della pelle e favorire la sintesi di melanina come parte di questo processo.

Esploriamo brevemente la via di sintesi della melanina a livello biochimico. La sua produzione inizia con la trasformazione dell’aminoacido tirosina in DOPA (acido 3,4-diidrossifenilalanina) grazie all’azione dell’enzima tirosinasi. Successivamente, la DOPA viene convertita in DOPAchinone, il quale può essere ulteriormente convertito in due differenti vie biochimiche per produrre i due tipi di melanina: eumelanina e feomelanina. La via biochimica per la produzione di eumelanina prevede la partecipazione dell’enzima tirosinasi, il quale converte il DOPAchinone in 5,6-diidrossiindolo-2-carbossilico (DHICA), che viene poi ossidato a 5,6-diidrossiindolo (DHI) dallo stesso enzima. La polimerizzazione di DHI e DHICA genera l’eumelanina. La via biochimica per la produzione di feomelanina, invece, comporta la trasformazione del DOPAchinone in tirosinachinone, che viene successivamente convertito in 5-S-cisteinildopa e infine polimerizzato per formare la feomelanina.[22] La melanina prodotta dai melanociti viene trasferita ai cheratinociti dell’epidermide, dove viene distribuita all’interno delle cellule per proteggere la pelle dai danni causati dalla luce solare e dalle radiazioni ultraviolette. In questo modo, la melanina agisce come un “scudo” naturale contro i raggi UV.[23] I cheratinociti sono le cellule principali dell’epidermide, lo strato più esterno della pelle. Sono responsabili della produzione di cheratina, una proteina fibrosa che conferisce alla pelle la sua resistenza meccanica e la protegge dagli agenti esterni come l’acqua, i batteri e i raggi UV.[24] Durante il processo di differenziazione, i cheratinociti sintetizzano e accumulano cheratina, diventano piatti e perdono il nucleo. Alla fine del processo di differenziazione, i cheratinociti diventano corneociti e si uniscono insieme per formare lo strato corneo, lo strato più esterno dell’epidermide[25].

La melanina è un pigmento prodotto dai melanociti, che sono cellule specializzate presenti nell’epidermide della pelle. I melanociti sintetizzano la melanina all’interno dei loro corpi cellulari e la accumulano in piccole sacche chiamate melanosomi. Questa melanina viene poi trasferita ai cheratinociti circostanti, che sono le cellule principali dell’epidermide.

Il trasferimento di melanina avviene attraverso protrusioni citoplasmatiche chiamate “dendriti“, che sono delle lunghe estensioni simili a bracci che si estendono dai melanociti ai cheratinociti. 

I melanociti hanno diversi dendriti che si estendono tra i cheratinociti circostanti, e attraverso questi dendriti, rilasciano la melanina che è dentro ai melanosomi. I melanosomi contenenti melanina vengono poi trasferiti ai cheratinociti circostanti tramite un processo chiamato “fagocitosi”. In altre parole, i cheratinociti circondano e “inglobano” i melanosomi contenenti melanina.

Una volta che i melanosomi contenenti melanina sono stati inglobati dai cheratinociti, essi si spostano verso la parte superiore dell’epidermide, distribuendo la melanina in modo uniforme all’interno dei cheratinocitiQuesto avviene grazie all’interazione tra le proteine presenti sulla membrana dei melanociti e quelle dei cheratinociti. In particolare, le proteine di superficie presenti sui melanosomi dei melanociti interagiscono con le proteine di superficie presenti sulla membrana dei cheratinociti, favorendo l’internalizzazione dei melanosomi stessi all’interno dei cheratinociti tramite fagocitosi. Questi granuli si trovano all’interno dei cheratinociti e funzionano come un “deposito” di melanina, che viene rilasciata quando la pelle viene esposta ai raggi UV per proteggere la pelle dai danni causati dalla luce solare.[26] Questi granuli di melanina assorbono la radiazione UV e proteggono il DNA dei cheratinociti dai danni causati dal sole[27].

Ritornando al Dr. John Myers, egli sperimentò con grande successo che la supplementazione di Tirosina è in grado di aiutare il corpo a produrre velocemente nuova melanina, che a sua volta induce una abbronzatura più rapida e più marcata, aiutando nel contempo a proteggere la pelle dalla scottatura e dall’eritema caratteristico e dannoso.

Come abbiamo visto, la conversione della tirosina in melanina richiede alcuni enzimi che, per poter svolgere il loro ruolo, richiedono la presenza di alcuni micronutrienti come la vitamina C, la vitamina B6 (piridossina) ed il rame.  La vitamina C e il rame sono coinvolti nella funzione della tirosinasi e nella sintesi della melanina. La vitamina C aumenta la disponibilità di tirosina per la tirosinasi e protegge l’enzima dall’ossidazione[28], mentre il rame è un cofattore essenziale per l’attività della tirosinasi stessa[29]. La vitamina B6, invece, è coinvolta nella sintesi di alcuni amminoacidi, tra cui la tirosina[30], ma non è direttamente coinvolta nella produzione di melanina. Ma, ancora più importante, l’enzima chiave di tutto il meccanismo di biosintesi della Melanina, l’enzima tirosinasi catalizza la reazione di idrossilazione della tirosina, che produce DOPAquinone. Questo composto subisce poi una serie di reazioni di polimerizzazione e ossidazione per formare la melanina. Sia l’istidina che la cisteina sono importanti per la struttura e la funzione della tirosinasi stessa. La cisteina forma ponti disolfuro che stabilizzano la struttura della tirosinasi, mentre l’istidina è coinvolta nella regolazione dell’attività enzimatica. Pertanto, la presenza di cisteina e istidina può influenzare la produzione di melanina[31],[32].

Il processo di abbronzatura può essere suddiviso in tre fasi distinte: l’abbronzatura immediata del pigmento (IPD), l’abbronzatura persistente del pigmento (PPD) e l’abbronzatura ritardata (DT). Questo è stato confermato da diversi studi scientifici sulla fisiologia dell’abbronzatura.

Ad esempio, uno studio pubblicato sulla rivista Photochemistry and Photobiology ha dimostrato che l’IPD si verifica nei primi minuti di esposizione ai raggi UVA e si dissipa rapidamente[33]. L’IPD è il risultato della reazione ossidativa della melanina già presente nella pelle, che porta ad un rapido scurimento della pelle.

L’abbronzatura persistente del pigmento (PPD) si verifica dopo diverse ore di esposizione al sole ed è causata dalla stimolazione della produzione di melanina da parte dei melanociti. Uno studio pubblicato sulla rivista Pigment Cell Research ha dimostrato che il PPD può durare fino a un mese, ma può anche essere reversibile, poiché il pigmento può essere degradato dalla cheratinizzazione e dalla desquamazione della pelle[34].

L’abbronzatura ritardata (DT) rappresenta il vero processo di abbronzatura e si verifica dopo diverse ore di esposizione al sole. Questa fase è caratterizzata dalla stimolazione della produzione di melanina da parte dei melanociti e dal trasferimento del pigmento ai cheratinociti. L’abbronzatura ritardata può durare per diverse settimane e proteggere la pelle dalle scottature solari[35].

In alcuni individui, però, il processo di produzione di melanina può essere carente o inefficiente, e di conseguenza la pelle può subire danni più gravi dai raggi solari. Quando la pelle viene danneggiata dai raggi solari, il sistema immunitario della pelle può attivare una risposta infiammatoria che provoca rossore e bruciore. Questa risposta infiammatoria serve come segnale che la pelle è stata danneggiata e che è necessario interrompere l’esposizione al sole al fine di evitare danni maggiori.

Assumere per via orale un integratore completo di tutti i micronutrienti necessari alla sintesi rapida di melanina produce gli effetti desiderati?

È innegabile che la sintesi della melanina sia influenzata da diversi fattori, tra cui la genetica, l’esposizione solare e altri fattori ambientali[36],[37],[38]. Tuttavia, in condizioni simili, la disponibilità dei precursori del pigmento può accelerare durante l’esposizione al sole la sintesi della preziosa melanina.

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